Ligresti

una prima sommaria raccolta di articoli e informazioni.

tratto da: Diario – 20.05.2005 – A che serve vincere se poi…
"(…) Ritorno al passato. Storia simile a Firenze. Qui la scontata
riconferma del sindaco Leonardo Dominici (la Fed ha portato a casa il
57 per cento dei voti) si è accompagnata alla ripresa di un vecchio
progetto: la costruzione del quartiere Castello sull’area della
Fondiaria, che nel frattempo è passata di mano ed è stata conquistata
da Salvatore Ligresti. È una vicenda che ha più di vent’anni.

Nei primi
anni Ottanta la Fondiaria, storica compagnia d’assicurazioni
fiorentina, acquistò 168 ettari vincolati a verde. Una mossa
lungimirante, perché sull’area si cominciò a progettare la costruzione
di un nuovo quartiere residenziale, reso possibile da quella che fu
chiamata la variante Fiat-Fondiaria.
Varata nel 1983 dal sindaco democristiano Lando Conti, provocò un
dibattito lacerante dentro il Pci, che nel 1985 conquistò Firenze.
Quando nel partito stavano per trionfare gli «innovatori» contro i
«premoderni», fu il segretario nazionale Achille Occhetto in persona a
bloccare tutto, con una telefonata che nel giugno 1989 congelò il
progetto. Ora, limati un po’ i volumi, Dominici resuscita il piano. Il
26 aprile ha firmato con Salvatore Ligresti il piano urbanistico
esecutivo che prevede l’edificazione di 1 milione e 400 mila metri
cubi, la più grande operazione immobiliare del dopoguerra a Firenze.
«Una cementificazione pesantissima che non risponde a nessuno dei
bisogni reali della città», secondo Ornella De Zordo (della lista
filo-Girotondi) e Monica Sgherri (di Rifondazione comunista)."
http://www.diario.it/home_diario.php?page=cn05070837

tratto da: Diario – 15.05.2005 – A scuola da Cirino Pomicino
"(…) Ligresti in prima fila. Anche Salvatore Ligresti si rivolge a
Pomicino, quando ha bisogno di qualche favore: a Milano è entrato nella
proprietà del Corriere, ma a Roma ha ancora bisogno di aiuti. Se deve
concludere un affare con una banca, è a Pomicino che chiede consiglio.
Se ha bisogno di una raccomandazione con il governatore della Banca
d’Italia, Antonio Fazio, è all’amico Pomicino che fa ricorso. Ligresti
lo chiama anche alla vigilia della relazione annuale di Bankitalia del
2002: «Il governatore […] m’ha detto c’è la cosa della Banca
d’Italia. Tu diglielo di invitarmi […] informalmente, ma in prima
fila, in seconda. Glielo dici e così magari sarà un’occasione che lo
saluto».
Il 23 maggio Ligresti richiama Pomicino: «È arrivato l’invito della
Banca d’Italia. A me il tagliandino rosso, a mia figlia il tagliandino
blu! […] Adesso gli uffici hanno chiamato per dire dov’è il blu e
dov’è il rosso. E gli hanno detto il rosso, quello dell’ingegnere, è
nella sala e l’altro, blu, nella saletta con il televisore, quello
della figlia. […] Ma non è possibile, anche la figlia è presidente
della Sai. Eh, la signorina ha detto no, dice, è stato un errore per
l’ingegnere […], anche lui nella blu! Allora gli ha detto: ma
l’ingegnere nella blu non ci va! Né lui, né sua figlia!». Figurarsi:
Salvatore e Ionella Ligresti confinati nella saletta del televisore:
davvero un affronto. A quel punto Pomicino insorge e promette di
intervenire: «Fammi parlare un momento a me».
Finite le intercettazioni telefoniche, è finita la possibilità di
sapere come sono andate a finire tutte queste storie. Ma Pomicino
sembra soddisfatto. Per lui e per tanti come lui, del resto, sta per
aprirsi una nuova fase."
http://www.diario.it/home_diario.php?page=cn05071554

tratto da: Diario – 19.09.2003 – Volpi a guardia di galline
"(…) A proposito di Ligresti, viene in mente un’altra vicenda che
riguarda stavolta l’Enpam, l’ente di previdenza e assistenza dei
medici. L’Enpam dopo aver comprato nel 1998 un immobile in via Farini a
Roma per 35 miliardi di lire, dopo ingenti spese di ristrutturazione lo
ha rivenduto nel 2000 alla Sai di Ligresti per 33 miliardi di lire. Un
affare. L’Enpam poi è proprietaria di un sacco di splendidi hotel
sparsi in tutta Italia e nel mondo. A chi sono stati dati in gestione?
Alla società Atahotels anch’essa del gruppo Ligresti, una società cui
l’Enpam deve guardare con molta benevolenza perché nel 2001, a fronte
di redditi prodotti dai suoi alberghi pari a 26 miliardi di lire, ha
sborsato ben 18,4 miliardi di lire per spese di ammodernamento degli
stessi alberghi e sempre nei confronti di tale società vantava crediti
per 16,5 miliardi di lire che verranno restituiti in comode rate
semestrali. Ma secondo il consigliere Enpam Maurizio Dallocchio va
tutto bene e nell’annunciare di avere delegato a terzi la gestione del
patrimonio immobiliare dell’ente, durante un consiglio pronuncia la
fatidica frase: «I medici sul loro patrimonio immobiliare possono stare
tranquilli». «Tranquilli?», ha obiettato qualcuno, «ma se gli oneri
immobiliari dell’Enam sono passati dagli 86 miliardi di lire del 1998
ai 157 del 2001!». Tuttavia se lo dice Dallocchio i medici possono
stare davvero tranquilli: il professore è membro del cda della Banca
Sai del gruppo Ligresti…"
http://www.diario.it/home_diario.php?page=cn05071561

 
articolo per intero preso da: Diario – 13.09.2002 – Don Salvatore e' tornato

"È stato lasciato fuori (per ora) dal salotto
del «Corriere della sera». Ma Ligresti è risorto, per l’ennesima volta,
ed è tornato al centro della finanza italiana. Dopo gli scandali delle
aree d’oro, le condanne di Tangentopoli. E dopo le inchieste sui suoi
rapporti con la mafia

di Gianni Barbacetto

Questo
testo. Racconta dell’uomo che Silvio Berlusconi voleva usare per
addomesticare il «Corriere della sera». Un giornale moderato ma non
abbastanza, per i suoi gusti. I giornalisti di via Solferino hanno
rivendicato con forza l’autonomia del quotidiano, come ai tempi
dell’assalto P2. L’operazione non è riuscita. Ma Salvatore Ligresti…

«L’uomo nuovo della finanza italiana si chiama Salvatore Ligresti. È
arrivato al centro del sistema assicurativo. È stato a un passo
dall’entrare nel salotto buono che controlla il Corriere della sera. E
nei prossimi mesi sentiremo parlare molto di lui.
Nuovo? Ma Ligresti non è il vecchio protagonista di tante storie del
passato, il finanziere siciliano dalle origini misteriose, l’uomo
chiacchierato per i suoi presunti rapporti mafiosi, il palazzinaro
travolto dagli scandali, l’imprenditore sull’orlo del fallimento
salvato dalle banche, il pregiudicato di Tangentopoli affidato ai
servizi sociali? Sì, è lui. Ma è anche la stessa persona che oggi è
celebrata dal Sole 24 ore con un servizio di cinque pagine sul
supplemento Plus e un titolo entusiasta: «Il nuovo Ingegnere».
Lunedì 9 settembre c’è stato il Ligresti day. La domanda che ha tenuto
sveglio per le settimane precedenti il mondo della finanza, della
politica, del potere era: riuscirà don Salvatore a entrare nel patto di
sindacato di Hdp, la finanziaria che controlla il Corriere? Di
conseguenza, riuscità a imporre una linea più berlusconiana al primo
quotidiano italiano? La risposta è stata un colpo di teatro, una mossa
a sorpresa: niente Ligresti in Hdp, ma Franco Tatò nuovo presidente
della società.
Eppure un fatto resta: Salvatore Ligresti, che per almeno un paio di
volte negli ultimi quindici anni era stato dato per spacciato, finito,
fallito, fuori dai grossi giri, è tornato invece alla grande sulla
scena dei soldi e del potere.

Assalto al corrierone. Don Salvatore, dunque, inizia ora una nuova
vita. Il vecchio arnese è diventato nuovo di zecca grazie alla sua
conquista, nel maggio scorso, della Fondiaria, solida compagnia
assicurativa fiorentina. Il punto di svolta avrebbe dovuto poi essere
l’ingresso nel Corriere della sera. Ligresti, secondo l’opposizione, è
il cavallo di Troia di Berlusconi spinto dentro le mura di via
Solferino. Certo, il quotidiano non ha una linea antigovernativa e
ospita spesso interventi fortemente critici nei confronti delle
opposizioni, ma Berlusconi non riesce comunque a sopportare che sulla
più autorevole testata italiana compaiano anche gli editoriali di
Giovanni Sartori sul conflitto d’interessi, i commenti pungenti e
ironici di Enzo Biagi, i sondaggi di Renato Mannheimer che quando la
popolarità del premier cala lo rilevano.
Cesare Previti, del resto, ha mandato segnali chiari contro il
giornalista Giovanni Bianconi, reo di raccontare i processi in cui è
imputato e le vicende che riguardano lui e il premier, come fanno anche
gli altri scrupolosi cronisti giudiziari milanesi del quotidiano, Paolo
Biondani, Luigi Ferrarella, Paolo Foschini. E gli avvocati di
Berlusconi Gaetano Pecorella e Niccolò Ghedini hanno addirittura
querelato il direttore, Ferruccio de Bortoli, per un fondo critico sul
«legittimo sospetto», ma in cui, tra l’altro, si criticava duramente
anche il centrosinistra.
Insomma, per quanto moderato e pluralista, e qualche volta
cerchiobottista, questo Corriere non piace a Berlusconi, che da tempo
esercita pressioni per «normalizzare» via Solferino. L’arma segreta?
Salvatore Ligresti. Sì, perché il Corrierone è controllato al 100 per
cento da Hdp, la società di Cesare Romiti in cui sono rappresentati
tanti autorevoli soci, e in cui è entrato, comprando poco meno del 4
per cento, anche don Salvatore. Per ora l’arma segreta non ha
funzionato: gli autorevoli soci hanno lasciato Ligresti fuori dalla
porta e Berlusconi a bocca asciutta. Romiti, Mittel, Banca Intesa,
Pirelli, Fiat, Edison hanno costretto gli altri, Mediobanca, Generali,
Lucchini, Pesenti, a non farne niente. Ma domani, si vedrà. Ligresti
resta in piedi fuori dalla porta, è paziente e aspetta.
Certo che il destino gioca strani scherzi: don Salvatore braccio armato
di Berlusconi? Eppure i due non si sono mai amati. Erano troppo simili
per andare d’accordo, negli anni Ottanta: stesso business, il mattone;
stessa piazza, Milano; stessi sponsor, i socialisti; stesso punto di
riferimento, Bettino Craxi. Però di acqua ne è passata, sotto i ponti
del Naviglio di quella che fu la Milano da bere. E don Salvatore,
l’amico di Bettino, oggi deve fare i conti con l’amico dell’amico. Oggi
come ieri, la politica s’intreccia strettamente con gli affari. Ieri fu
lui, Ligresti, ad accompagnare Craxi negli uffici di Mediobanca,
stabilendo il contatto tra il leader socialista ed Enrico Cuccia:
contatto prezioso, per avviare la privatizzazione di Mediobanca sotto
la regia dello stesso Cuccia. Oggi la regia di Mediobanca ha permesso
di consolidare la centralità di Ligresti, che può diventare una buona
sponda per Berlusconi. Ma i suoi punti di riferimento politico sono più
ampi: spaziano dalle file di An a quelle dei centristi democristiani.
Con la famiglia La Russa il rapporto è storico: don Salvatore era fin
dagli anni Sessanta molto vicino al patriarca, il senatore missino
Antonino La Russa, suo compaesano di Paternò, in provincia di Catania.
Il figlio di Antonino, Ignazio La Russa, lo ha visto crescere:
ragazzino, poi mazziere del Msi, infine leader e presidente dei
deputati di An. A lui Ligresti mise addirittura a disposizione la sua
tv, Telelombardia, che ha contribuito a rendere famosa quella faccia
luciferina.
Oggi c’è un altro uomo dentro An che è molto vicino a Ligresti: Massimo
Pini, consigliere del ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri.
Anche in questo caso il rapporto viene da lontano: da quando Pini era
socialista, messo da Craxi a fare prima il consigliere
d’amministrazione della Rai, poi il membro dell’ufficio di presidenza
dell’Iri, con la missione di fare la guerra all’allora presidente
Romano Prodi. Ora Pini ha traslocato dal garofano ad An in nome del suo
mai ripudiato credo: la necessità dell’intervento statale
nell’economia; ed è stato voluto da Ligresti nel consiglio
d’amministrazione della Fondiaria appena conquistata. Ma il politico
centrale di questa storia è un altro: Bruno Tabacci. È lui il regista
di una vicenda che intreccia finanza, politica e giornali.
Democristiano, ex presidente della Regione Lombardia, oggi Tabacci,
centrista dc alleato con Forza Italia, è presidente della commissione
Attività produttive della Camera. Ma è anche l’uomo più ascoltato da
Vincenzo Maranghi, l’amministratore delegato di Mediobanca, il
successore di Cuccia.
Fa politica in proprio, Tabacci, incrociando sapientemente nei mari
della finanza e dei poteri italiani. Sul suo rapporto con la banca che
fu di Cuccia ironizza: «Ma quando si smetterà di dire che Tabacci è
molto vicino a Mediobanca e si dirà invece che Mediobanca è molto
vicina a Tabacci?». Non chiedetegli però di spiegare con la politica
l’operazione Ligresti in Hdp. È solo finanza, giura. È il punto
d’approdo di una partita iniziata un anno fa.

Caccia alla fondiaria. Ai primi di luglio 2001, la Fiat lancia un’Opa
(un’offerta pubblica d’acquisto) sulla Montedison, con l’obiettivo di
entrare nel settore dell’energia: un business redditizio e anticiclico,
prezioso, in tempi di crisi, per una Fiat in crisi nera. Subito si
mette in moto Mediobanca, che di Fiat è diventata la grande nemica:
vuole impedire, costi quello che costi, che la casa torinese si
impossessi di Fondiaria, la compagnia d’assicurazioni fiorentina
controllata da Montedison. Maranghi chiede d’intervenire a uno che, con
tutto quello che ha ricevuto da Mediobanca, non può certo rifiutare:
Salvatore Ligresti. La sua compagnia assicurativa, la Sai, compra il
6,7 per cento di Fondiaria e s’impegna a rilevare un ulteriore 22,2 per
cento. Il prezzo è da amatori: 9,5 euro per azione, roba da svenarsi.
Ma non importa, tanto è Mediobanca che s’incarica di trovare i soldi.
A questo punto però arriva l’intoppo: la Consob (l’autorità di
controllo sulla Borsa) analizza l’operazione e dice che è contro le
regole: se la Sai vuole Fondiaria, s’accomodi, ma deve lanciare una
trasparente, pubblica Opa sul 100 per cento del capitale. Una mossa da
far affondare la Sai. E troppo anche per Mediobanca. Ma gli ostacoli si
possono saltare, oppure aggirare: e l’accoppiata Ligresti-Mediobanca
questo ostacolo lo aggira. Scova una banda di «cavalieri bianchi» (Jp
Morgan Chase, Interbanca, Mittel, Commerzbank) guidata dal finanziere
Francesco Micheli che compra il pacchetto di Fondiaria e, a cose fatte,
lo gira alla Sai. Visto l’anadazzo, alla Fondiaria non resta che fare
buon viso a cattivo gioco e accettare, nel maggio 2002, la fusione con
Sai. Risultato: Mediobanca ha sgambettato la Fiat, e soprattutto ha
posto le basi per un grande polo italiano delle assicurazioni,
saldamente sotto la sua tutela. Sai più Fondiaria vuol dire la prima
compagnia assicurativa italiana nel ramo danni. Se poi si sommano anche
le Generali, già nell’orbita di Mediobanca, si ottiene un colosso,
pieno di ottimi pacchetti azionari (della Pirelli, di Gemina, di Hdp,
della stessa Mediobanca…). Non solo: si ottiene un polmone
finanziario pronto per nuove operazioni. Insomma, un centro economico
di primo piano, sotto l’ombrello di quella Mediobanca che, dopo la
morte di Cuccia, sembrava destinata soltanto a sfogliare l’album dei
ricordi di un passato glorioso.
E Ligresti? In questa operazione ha guadagnato molto in prestigio,
riuscendo a compiere la sua ennesima resurrezione. Quanto ai soldi, è
un altro discorso: ne ha spesi tanti, e in più la Borsa va male;
insomma, don Salvatore è finito come al solito nelle mani di
Mediobanca, il suo principale finanziatore. E Mediobanca gli ha imposto
– proprio a lui, abituato a fare tutto in famiglia – il manager che
d’ora in poi dovrà stare attento ai conti: Enrico Bondi, ex risanatore
di Montedison, ha lasciato la Telecom e i suoi uliveti in Toscana e il
5 settembre è diventato amministratore delegato della Premafin, la
holding del gruppo Ligresti.

Odore di mafia. Non è la prima volta che Ligresti finisce nelle mani di
Mediobanca. Cuccia era già stato la sua salvezza, l’approdo e la
legittimazione di un outsider della finanza senza alcun passato.
Salvatore Ligresti arriva a Milano sul finire degli anni Cinquanta. Non
ha alcun capitale, solo una laurea in ingegneria conseguita
all’università di Padova e una furbizia innata, un gran fiuto per gli
affari. È siciliano, è nato il 13 marzo 1932 a Paternò, in provincia di
Catania. Ma è a Milano che stringe i rapporti che gli schiuderanno le
porte del successo. Il suo primo maestro è Michelangelo Virgillito, suo
compaesano di Paternò, grande corsaro di Borsa nella Milano del
«miracolo economico». Il secondo è Raffaele Ursini, l’uomo che eredita
da Virgillito il gruppo Liquigas e lo porta rapidamente al fallimento.
Da loro Ligresti impara a muoversi nel mondo degli affari immobiliari e
della finanza. Da Michele Sindona rileva la Richard-Ginori, ricca di
aree da valorizzare. Da Ursini eredita il primo pacchetto d’azioni Sai.
Anzi, più che un’eredità sembra uno scippo: Ursini, dopo il crac,
scappa in Brasile, lasciando il prezioso malloppo nelle mani del
figlioccio. Non riuscirà più a ritornarne in possesso. Per Ursini, si
trattava di una «vendita simulata»: il 20 per cento regalato, il 10
ceduto con la formula del «patto di riscatto». Ma Ligresti la racconta
in modo diverso: le azioni sono state da lui regolarmente acquistate e
pagate. Una sentenza, dopo un contenzioso iniziato nel 1988 e durato
anni, gli darà ragione.
L’avventurosa conquista della Sai avviene comunque con la
partecipazione di una piccola folla di strani personaggi. C’è il
senatore missino Antonino La Russa, padrino di Virgillito e Ursini, che
dopo che i due escono di scena prende sotto tutela il giovane Totò
Ligresti. C’è Luigi Aldrighetta, operatore finanziario palermitano che
fa da mediatore per l’acquisto da parte di don Salvatore di un
ulteriore, grosso pacco di azioni Sai. Ci sono i sei fratelli
Massimino, costruttori catanesi partiti da zero (erano muratori) e
diventati potenti: erano intestate a loro due misteriose finanziarie,
la Finetna e la Premafin, che controllavano la Sai nel periodo
d’interregno tra la fuga di Ursini e l’arrivo palese di Ligresti ai
vertici della compagnia.
Attorno al finanziere siciliano, comunque, a Milano crescono subito
leggende nere, che adombrano rapporti sotterranei con la mafia. La
domanda che circola nei salotti buoni è: ma dove ha preso, questo
signore, tutti quei soldi? Come ha potuto diventare il padrone della
Sai un uomo che nel 1978 dichiarava al fisco un reddito di 30 milioni?
Come ha fatto a diventare, in pochi anni, uno dei cinque uomini più
ricchi d’Italia, uno dei pochi italiani presente nelle classifiche di
Forbes e Fortune?
Prima sono solo calunniosi venticelli, poi le maldicenze s’ingrossano e
diventano insistenti, anche perché la famiglia Ligresti resta vittima
di un episodio drammatico e oscuro. Don Salvatore a Milano ha fatto un
buon matrimonio, perché ha sposato la figlia di un personaggio chiave
per gli affari edilizi, Alfio Susini, provveditore alle opere pubbliche
della Lombardia. Antonietta Susini, detta Bambi, diventa la moglie del
palazzinaro rampante, ma nel 1981 subisce un sequestro di persona. La
soluzione è rapida: Bambi, rapita a Milano il 5 febbraio, viene
liberata nei pressi di Varese dopo poco più di un mese, dietro il
pagamento di un riscatto, pare, di 600 milioni di lire. Ma c’è un
risvolto inatteso: degli uomini individuati come i presunti rapitori,
tutti esponenti delle famiglie perdenti della mafia palermitana, due,
Pietro Marchese e Antonio Spica, finiscono morti ammazzati; il terzo,
Giovannello Greco, fedelissimo del vecchio capo di Cosa nostra Stefano
Bontate, scompare nel nulla. È chiamato «il re degli Scappati» (i
mafiosi palermitani che per anni sperano nella rivincita). Viene
segnalato tra Ibiza e Maiorca, arrestato in Spagna nel 1997 e poi
ancora nel 1999, ogni volta svanisce nel nulla. Fino al maggio 2002,
quando si costituisce e viene estradato in Italia.
Sulla presunta mafiosità di Ligresti vengono compiute anche indagini
ufficiali, molto discrete, senza che nulla trapeli. Nel 1984 il
procuratore della Repubblica di Roma, Marco Boschi, invia a polizia,
carabinieri e guardia di finanza una richiesta che dice: «Ai fini di
un’eventuale proposta per l’applicazione di misure di prevenzione,
prego fornire le informazioni del caso in ordine a Finocchiaro Franco,
residente a Catania, e a Ligresti Salvatore, residente a Milano».
Dunque Ligresti (insieme a Finocchiaro, che con Carmelo Costanzo, Mario
Rendo e Gaetano Graci è uno dei quattro «cavalieri dell’Apocalisse»
catanesi) è stato oggetto di un’indagine di polizia, di quelle che si
facevano nei confronti dei sospetti mafiosi per valutare l’eventuale
richiesta di misure di prevenzione quali il confino. Nel 1985 il
fascicolo Ligresti, che era stato assegnato al sostituto procuratore
Franco Ionta, viene inviato a Milano, dove se ne occupa Piercamillo
Davigo, in un secondo momento affiancato da un altro magistrato della
Procura, Filippo Grisolia, che già si occupava dell’inchiesta per
corruzione (come vedremo) sulle aree d’oro.
Dopo alcuni anni di accertamenti, il dossier Ligresti a Milano è stato
chiuso, senza alcuna conseguenza. Aperte restano però alcune domande:
perché la Procura di Roma aprì l’inchiesta? sulla base di quali
elementi e segnalazioni? e perché Ligresti era affiancato a
Finocchiaro, cavaliere catanese? Il nome di Ligresti compare anche in
un’altra indagine giudiziaria, svolta da Ernesto Cudillo, in rapporto
alla compravendita di un palazzo all’università romana di Tor Vergata,
che ha come protagonista Manlio Cavalli, secondo i carabinieri legato
alla banda della Magliana e al boss di Cosa nostra nella capitale,
Pippo Calò. Indagine senza risultati, dunque archiviata.
Il nome di Ligresti torna a essere avvicinato alle vicende di mafia
negli anni Novanta, a Palermo. Questa volta a parlarne è una voce
dall’interno di Cosa nostra, l’ultimo dei grandi collaboratori di
giustizia: Angelo Siino, l’imprenditore considerato il «ministro dei
lavori pubblici» della mafia siciliana. Siino, che conosce bene gli
affari e i loro protagonisti, racconta che Ligresti aveva come diretto
referente mafioso nientemeno che Nitto Santapaola, il boss di Cosa
nostra a Catania. Tanto potenti erano i suoi protettori, che nel 1991,
secondo Siino, furono addirittura sconvolti gli equilibri consolidati
nell’assegnazione degli appalti, quelli che esigevano che fosse la
Gambogi, gruppo Ferruzzi, a costruire in Sicilia; sempre secondo Siino,
intervenne il potentissimo commercialista palermitano Piero Di Miceli,
con la mediazione di Raffaele Ganci, a sollecitare che la Gambogi si
facesse da parte per lasciare alla Grassetto di Ligresti un ricco
appalto palermitano. In mancanza di altri riscontri, anche queste
dichiarazioni sono però rimaste lettera morta.
Di queste storie, don Salvatore non vuole sapere niente. Tace.
Costruisce in silenzio il suo impero del mattone, senza curarsi delle
cattiverie che circolano su di lui. Negli anni Ottanta è già
l’immobiliarista più potente di Milano, con in cassaforte, oltretutto,
il pacchetto di azioni che gli permette di controllare la Sai e una
serie di piccole quote di società importanti, dalla Pirelli (5,4 per
cento) alla Cir di De Benedetti (5,2), dalla Italmobiliare di Giampiero
Pesenti (5,8) all’Agricola Finanziaria di Raul Gardini (3,7). Tanto che
qualcuno comincia a chiamarlo «Mister 5 per cento». Resta, per la
finanza italiana, un oggetto misterioso, dalle origini sconosciute e
con un impero dai confini incerti.

Il primo miliardo e le aree d'oro. Per la prima volta accetta di
concedere un’intervista nel febbraio 1986. A raccogliere le sue
spiegazioni è Anna Di Martino, del settimanale Il Mondo. A lei, il suo
primo miliardo lo racconta così: «È una storia bellissima. Avevo saputo
della possibilità di acquistare il diritto per costruire un sopralzo,
in via Savona, in zona Genova. Ma ci volevano 15 milioni e io ne avevo
solo 5. Ma non mi sono perso d’animo. Sono andato al Credito
commerciale per chiedere un prestito e mi ha ricevuto il direttore
generale Mascherpa». «Senza farle fare anticamera e senza
raccomandazioni…», annota incredula l’intervistatrice. E Ligresti:
«Mascherpa era un grande banchiere, un uomo di grosso intuito: io
parlavo e lui ascoltava e a un certo momento mi ha detto: “Le do 10
milioni”. Quasi non ci credevo… Con quei 10 milioni ho fatto il
progetto, ho rivenduto il diritto per 50 milioni, guadagnando in un
colpo solo 35 milioni. Era il 1962». E 35 milioni di allora erano più o
meno un miliardo di lire. Ma i veri metodi di lavoro di don Salvatore
saranno scoperti qualche mese più tardi, quando scoppia il primo
scandalo che lo coinvolge.
Ottobre 1986: il nuovo assessore all’Urbanistica di Milano, Carlo
Radice Fossati, scopre nei suoi uffici tre documenti con cui alcuni
imprenditori (tra cui Ligresti) promettevano di vendere al Comune, a
prezzi stracciati, le loro aree che invece stavano per essere comprate
a prezzi di mercato. Emerge un grande caso politico-urbanistico che
mette in evidenza, sei anni prima di Mani pulite, la trama di
commistioni tra politica e affari, gli accordi sotterranei, le stecche,
le corsie preferenziali. Salvatore Ligresti, amico di Bettino Craxi e
in ottimi rapporti con il sindaco socialista Carlo Tognoli e
l’assessore comunista Maurizio Mottini, diventa il simbolo
dell’imprenditore che riesce a concludere ottimi affari grazie alla
politica. Viene indagato per corruzione e un pretore coraggioso,
Francesco Dettori, scopre una miriade di reati urbanistici compiuti nei
suoi cantieri, disseminati in tutta Milano.
Ma la scoperta più clamorosa agli occhi dei milanesi, in realtà, è che
l’amministrazione di sinistra ha dato la città in mano allo sconosciuto
palazzinaro venuto da Paternò: due terzi delle edificazioni avviate
dalla giunta, a colpi di miracolose varianti al piano regolatore, sono
targate Ligresti. Segue dibattito, con polemiche infuocate. Cade la
giunta, Tognoli è costretto a dimettersi e Ligresti esce distrutto
dallo scandalo delle aree d’oro: con l’immagine a pezzi e uno
stillicidio di piccole condanne per abusi edilizi. Ma è il mercato il
suo nemico più grande: i suoi palazzi non si vendono, gli uffici
restano vuoti, il terziario è bloccato. Un fallimento anche per la
politica e per la gestione del sindaco Tognoli, che sull’espansione del
terziario aveva puntato tutto, anche barando: quello che era stato
chiamato Piano Casa, varato in nome della necessità di costruire
abitazioni a prezzi contenuti, si era via via trasformato in un diluvio
di uffici, il più grande mai permesso a Milano.
Ma gli affari sono più severi della politica, non perdonano gli errori:
palazzi invenduti vuol dire crisi. L’indebitamento finanziario netto di
Ligresti, infatti, è da vertigine: più di 1.150 miliardi di lire, una
dozzina di volte il patrimonio netto. Per di più il vecchio maestro,
Ursini, si rifà vivo e trascina Ligresti in tribunale, perché pretende
che gli sia restituita la sua Sai. Uno senza santi in paradiso, in
queste condizioni, sarebbe miseramente fallito nel corso di una notte.
Ligresti invece si salva: è nientemeno Enrico Cuccia a correre in suo
aiuto, inventando una manovra di salvataggio da brivido. Il presidente
di Mediobanca nel 1989 decide di imporre la quotazione in Borsa della
Premafin, chiedendo al mercato, come al solito in Italia, di sborsare i
soldi necessari. Cuccia impone per la Premafin una valutazione di oltre
1.000 miliardi, quattordici volte gli utili (eccezionali: 72 miliardi)
di un anno che non si ripeterà mai più.
La promessa di utili per 72 miliardi viene mantenuta, ma soltanto
grazie alle corsie preferenziali della politica e dunque alle vendite
di alcuni dei palazzoni vuoti di Ligresti agli enti pubblici, forzando
il mercato. Era Tangentopoli all’opera, ma ancora la parola non era
stata inventata. Ma perché Cuccia ha fatto questo per don Salvatore? La
risposta più convincente è una sola. Lasciar fallire Ligresti
significava lasciar andare chissà dove la Sai, e con la Sai un suo
piccolo pacchetto azionario, a cui Cuccia teneva più d’ogni altra cosa:
quello di Euralux, finanziaria lussemburghese che controlla un fascio
determinate di Generali. Per tenerlo nell’orbita di Mediobanca, Cuccia
era disposto a fare patti anche con il diavolo. Così Ligresti è salvato
e risorge la prima volta.
Naturalmente il mercato, bistrattato nel 1989, si è presto vendicato.
Oggi Premafin, ristrutturata e ridotta a una scatola cinese che
controlla quasi soltanto Sai, vale meno della metà del prezzo imposto
da Cuccia nelle giornate eroiche della quotazione in Borsa.

Tangentopoli. La via crucis di don Salvatore costruttore e martire
continua. Caduto la prima volta sul Golgota delle aree d’oro e del
terziario invenduto, rialzato da un Cuccia buon centurione, cade la
seconda volta sulla via di Mani pulite. Nel 1992, infatti, il vento
cambia, salta l’omertà degli anni delle aree d’oro. Iniziano le
confessioni a catena, i protagonisti delle tangenti, questa volta,
parlano. Così il 16 luglio, cinque mesi dopo l’arresto di Mario Chiesa
il «mariuolo», Ligresti viene portato in una cella di San Vittore, che
è costretto a dividere con un tossicodipendente. «Se arrestano perfino
Ligresti, vuol dire che fanno sul serio», si commenta a Milano. È
accusato di corruzione per aver comprato a suon di tangenti, per la sua
società di costruzioni Grassetto, gli appalti della metropolitana
milanese e anche qualche terreno pubblico. Nel 1993, nuova imputazione:
è accusato di aver fatto ottenere alla Sai, con supermazzette, un
superaccordo che sposa Eni e Sai, a cui è affidata la gestione di tutti
i contratti assicurativi dell’ente petrolifero. Poi le accuse si
moltiplicano, in una Mani pulite che contagia una buona parte d’Italia.
Ligresti è considerato un personaggio di primo piano nel sistema di
Tangentopoli, tanto che quando i magistrati di Milano s’imbattono in
una megatangente da 21 miliardi pagata a Craxi da una misteriosa
società estera chiamata All Iberian, pensano che dietro ci sia
Ligresti. Scopriranno che invece c’era il suo concorrente, Silvio
Berlusconi.
«“Facci il nome, facci quel nome”, mi ripetevano, e mi facevano una x
con le dita. Ma io quel nome non l’ho fatto», racconta oggi agli amici
don Salvatore, ricordando i lunghi mesi di galera. Il nome con la x,
naturalmente, è Craxi. Ma qualcosa, alla fine, ammette anche il duro di
Paternò. Il minimo indispensabile, ma parla. Poi arrivano i processi e
le condanne. La prima, per Eni-Sai, è di 3 anni e 6 mesi, che sarà
limata (2 anni e 4 mesi) ma confermata anche in Cassazione. Niente
galera, nel sistema italiano, solo affidamento ai servizi sociali, cioè
una chiacchierata ogni tanto con un’assistente sociale e un piccolo
impegno per la Caritas ambrosiana.
Ma la pena ha un risvolto assai spiacevole: il codice prevede che una
condanna definitiva faccia venire meno i requisiti di «onorabilità»
necessari per guidare le compagnie d’assicurazione; per questo il
pregiudicato Ligresti ha dovuto lasciare tutte le cariche sociali. A
sostituirlo, almeno per la legge, sono i figli: Jonella, 35 anni, è
presidente della Sai, vicepresidente di Premafin e unica donna a sedere
nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca; Giulia, 34 anni, siede
nei consigli di Sai, Premafin e Telecom, ma è più interessata alle sue
borse e accessori in pelle, che disegna di persona e commercializza con
il marchio Gilli. Paolo, 33 anni, è presidente di Sai International e
vicepresidente di Atahotel, la società che controlla gli alberghi del
gruppo. Ora, con Bondi alla guida di Premafin, i rapporti al vertice
del gruppo saranno più complicati, specie per Jonella, che ha già
dimostrato di non voler essere solo una prestanome del padre. Ligresti,
comunque, benché sotto la tutela di Mediobanca, è tornato sulla scena
della finanza italiana. Possiamo essere certi che si farà sentire."

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1 Response to Ligresti

  1. Guido says:

    Ma chi vendette la SAI? Gli Agnellli erano i proprietari. E Ligresti firmò un assegno di 1400 miliardi. Gli Agnelli avevano bisogno di vendere? Forse no. Ma finchè fossero rimasti proprietari di SAI, le tariffe assicurative non sarebbero cresciute…Ora chi ha datao 1400 miliardi ad un ingegnere di 40 anni? Perchè siamo nel 1974…
    sarebbe bene approfondire..

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